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Chi sono? sono una che forse si fa tante pippe e viaggi mentali, però forse un pochettino di sale in zucca ce l'ha... o crede di avercelo!
Sono una che fa finta di non saper prendere decisioni, ma che non sopporta più di tutti gli indecisi.
Insomma, le idee chiare ce le ho e non s'è ancora capito se è il mondo intorno a me che sta coi prosciutti sugli occhi o sono io che vivo nella nuvoletta rosa.
Sono una che ascolta i Pink Floyd e i Metallica, ma pure i Supertramp non dispiacciono. Veteromane, insomma, che una volta leggeva di tutto e divorava buoni libri, adesso ringrazio Dio se riesco a stabilire il nuovo record in velocità di studio dei miei libri di storia contemp, che è quello in cui sono laureata ed è quello che da cinque anni mi appassiona e ormai so che non voglio fare altro.
Sono siciliana, ma nel sangue c'ho la nostalgia degli emigranti dell'800... faccio di tutto per tornare e non sentirmi sempre addosso quel senso di patria rinnegata che provo quando da Roma sbarco a Catania dal treno e mi salutano e riabbracciano le cose della mia isola, e la mia terra mi chiede di tornare, perchè c'è da fare, tanto da fare, e c'è bisogno anche di me...
però noi siciliani c'abbiamo dentro sempre un po' di tristezza. ce la portiamo dietro ovunque e sappiamo che il nostro posto è il mondo,ma non ci sono altre radici che casa tua.
perciò, ovunque mi porterà il "prossimo monsone", fosse pure un paesello di provincia di un'altra sgangherata regione, so che non potrò mai avere altra patria che la mia vittoria, in provincia di ragusa.
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("Storia e futuro", n.20 giugno 2009)L’Istituto per la storia dell’Azione cattolica e del movimento cattolico in Italia “Paolo VI” ha preso il nome di papa Montini nel 1977, anno della fondazione dell’archivio e dell’80° compleanno del pontefice. Nato con il compito di conservare, raccogliere, ordinare e rendere disponibile per la ricerca storica tutto il materiale documentario relativo all’Azione cattolica italiana, nonché ad enti e personalità collegate ad essa o al movimento cattolico più in generale, l’archivio costituisce di fatto una preziosa risorsa testimoniale per ricostruire la storia del panorama cattolico italiano da una prospettiva per larga parte inedita, non coincidente con le posizioni ufficiali di curia ed episcopato, né con la storia politica della democrazia cristiana....
Dato che le diverse testate ritagliano solo parti limitate della mia posizione, ed il meccanismo del telefono senza fili potrebbe portare ad affermare ciò che non ho detto, per chiarezza incollo qui ciò che l'ansa ha riportato della mia dichiarazione:
"Comprendendo l'intento del provvedimento, che può essere di aiuto per evitare che molti ragazzi, per l'imbarazzo di andare in farmacia non si muniscono di preservativo, ma mi chiedo quale sia la strategia educativa dietro tutto questo. Così non si risolve il problema, perchè compito della scuola è comunque un approccio educativo" Così si conferma l'impostazione che finora la scuola ha dato in tema di educazione sessuale, ovvero schiacciata su rischi e pericoli, mentre totalmente disinteressata all'educazione all'affettività. In un provvedimento del genere vedo il rischio della deresponsabilizzazione. soprattutto della scuola riguardo all'educazione dei ragazzi"

Ufficio Nazionale CEI per l’educazione, la scuola e l’università
Tavolo interassociativo sull’educazione
Bene comune ed educazione: le condizioni sociali, politiche, istituzionali
Dall’Io al “noi”
Le società consistono in nient’altro che nelle reti delle relazioni che le singole persone riescono a stabilire tra loro, sono relazionali, cooperative, non algebriche. Sommando i beni individuali sappiamo bene infatti che si ottiene un bene totale, non un bene comune. In questo contesto, siamo consapevoli che obiettivo educativo è la formazione di persone capaci di relazione, capaci di abitare queste società, capaci di superare il monismo degli “uno”, per accogliere la ricchezza del “due”, o del “noi”, che è molto di più, anzi, proprio il contrario di “uno”, di “io”. È tempo di rimboccarsi le maniche, davanti ad un paese in cui sembrano scaduti i sentimenti di appartenenza e di responsabilità. Il punto cruciale è quanto le giovani generazioni non solo vivano il bene comune e contribuiscano alla sua costruzione, ma piuttosto quanto e se abbiano un’idea di bene condiviso e in che misura vivano e partecipino la dimensione comunitaria. Avere un’idea di bene comune presuppone un’educazione che, a sua volta, presuppone un esempio, una testimonianza. E qui viene subito chiamato in causa il ruolo degli adulti educatori, adulti forse ancora, instancabilmente da educare, perché siano padri, padri in senso largo, pieno, che preparino con cura lo spazio di crescita di chi viene dopo di loro, e non ex-protagonisti nostalgici della ribalta, che lasciano alla partecipazione dei giovani lo spazio della loro diserzione. Centrale allora è il patto stipulato tra le diverse età per l’intreccio di una comunità educante fatta di reciprocità. Senza testimoni non c’è azione educativa efficace. Come ci ha suggerito Fabrizia Antinori “non servono soltanto le unità didattiche, non servono soltanto i progetti educativi ben congegnati. Serve un incontro, con tutta la pienezza di significato che ha questa parola”. Riscoprire i volti, dunque, per educatori che vengano percepiti come testimoni di impegno per il bene comune. Ma che esempio, allora, che testimonianza?
Dalle intenzioni generose spesso si innalza una barriera di divergenze. Luciano Caimi ci diceva che bene comune è “signum contradictionis”: l’impegno per la sua realizzazione deve fare i conti con tensioni, conflitti d’interesse, resistenze. Molta effervescenza della politica nasconde diverse interpretazioni del bene comune, diversità di approccio e di giudizio già a partire dalle differenti valenze assegnate allo stesso paradigma di bene di tutti, sul ruolo delle istituzioni, le strategie da attuare. Una polivalenza che abbiamo riscontrato persino all’interno di questo tavolo interassociativo, che pure mette in comunione entità con una forte identità condivisa. Abbiamo quindi sentito il bisogno, ce lo siamo detti allo scorso seminario di novembre, di metter mano ad un “vocabolario comune”, per essere sicuri di intendere le stesse cose quando usiamo le stesse parole. Questo scambio di parolieri e parole, che si aprono all’ascolto e alla risposta, ci è sembrato il primo concreto passo da avviare tra noi per l’impegno di educazione al bene di tutti, un esercizio di crescita nella relazione con l’altro, nell’imparare a dialogare, già tra noi che apparteniamo ad una comunità certamente più facile da galvanizzare.
Constatando questa diversità di prospettive per un bene che, già nelle interpretazioni, tanto comune non è, si infrange così un’immagine con cui eravamo abituati a identificare l’unione. Sogniamo un’omogeneità che possa sopravvivere al di là e al di sotto delle opposizioni, un nocciolo duro che resista all’urto delle tensioni, ne siamo in ricerca persino nei nostri contesti ecclesiali. Eppure più affermiamo che debba esistere, da qualche parte, più quel qualcosa continua a sfuggire e meno sappiamo in che cosa concretamente consista nella prassi del vissuto. Ad antidoto a questa ideologia dell’unità abbiamo all’opposto imparato ad attingere al principio dell’apologia della differenza. E abbiamo provocata un’altra deriva, pericolosa quanto la prima, quella del relativismo, arrivando a considerare i singoli, individui, comunità, culture, come entità statiche, imperniabili l’una all’altra. È quell’interpretazione di bene comune in senso “corporativo” da cui ci ha messo in guardia l’Antinori, ovvero l’identificare in un “noi” individuato, parziale, una limitata componente della comunità, a discapito degli altri soggetti che la compongono. Il bene comune è diventato così un bene ancora più faticoso perché corre sul sottile confine tra utopie collettivistiche e egoistiche individualizzazioni. È questa l’emergenza educativa che avvertiamo. Nel nostro vocabolario condiviso la chiameremo “emergenza” e non “sfida”, perché non ci armiamo a combattere nessuno, quanto vogliamo venire incontro all’”emergere” appunto di istanze, domande, bisogni. In questo venire a galla di provocazioni di comunità, scegliamo di concentrarci sulla strada non della politica, perché realizzare il bene comune non è compito esclusivo dello stato, ma quella dell’esistenza personale, dell’educazione. Abbiamo individuato tre ambiti, come luoghi di costruzione di prassi educative al bene comune. Luoghi anche dell’”emergere” di quelle istanze di cui prima abbiamo parlato. Sono luoghi che coinvolgono la quotidianità dei giovani, i vissuti della loro esistenza. Questi luoghi sono l’esperienza lavorativa, l’esperienza partecipativa alla società civile attraverso l’economia e la scuola.
Assistiamo alla crescente rilevanza e pervasività della dimensione economica nella vita, con conseguente possibile minaccia alla coesione della collettività. Quanto a lungo infatti la nazione potrà essere in grado di sostenere e rafforzare il legame sociale tra i suoi membri di fronte alla continua messa in crisi da parte del mercato di un progetto civico basato sulla solidarietà? La crisi finanziaria globale ha infatti dimostrato una volta per tutte che il sistema economico non funziona senza valori. Ci è toccato fare i conti con l’ovvia non coincidenza fra sviluppo economico e sviluppo umano, tra bene privato e bene comune. È un naturale principio economico che deduciamo dal semplice fatto che la casalinga che esce di casa per recarsi a fare la spesa, non può e non deve interessarsi al benedel macellaio o del fruttivendolo, ma cerca solo il proprio interesse. L’esperienza quotidiana dimostra che l’economia non si auto-orienta da sola al bene comune. è su questo terreno che si gioca allora effettivamente la possibilità di realizzarlo. Si tratta di ordinare le cose, i beni, rispetto al bene che è la persona. Bisogna dare un volto, una “prossimità” alle relazioni economiche. Difficile applicare l’insegnamento del Buon Samaritano se non riesco a focalizzare esattamente su chi si riversano concretamente le conseguenze delle mie scelte economiche. Vanno per converso evitate le trappole dell’assistenzialismo, per lo stesso principio per cui va dato un volto anche al “bene comune” da cui si attinge. È troppo facile infatti approfittare di un sistema impersonale. Di nuovo sono i “volti” che ci salvano. Una volta emersa la frattura tra mercato e società, nella realtà di un benessere che non si rispecchia nei valori di borsa, più che assistenza la parola chiave per la costruzione di una casa comune probabilmente sarà la sussidiarietà, promuovendo le organizzazioni che “dal basso” si danno una missione di assistenza sociale. Qui entra in campo il contributo delle associazioni, organizzazioni “specializzate in relazioni”. Eliminando la distanza tra fornitore e fruitore di servizi, è possibile infatti promuovere l’inclusione e la prossimità. La sussidiarietà può dunque costituire il metodo “istituzionale” per venire incontro all’”emergenza” economica, che è innanzitutto crisi di socialità. Ma all’emergere di tali istanze va opposta anche una risposta educativa.
Perché il bene comune possa affermarsi è necessario cominciare a contrastare l’etica relativistica praticando una pedagogia del limite, l’autolimitazione volontaria del proprio “bene” individuale. La necessità di andare oltre l’orizzonte singolare nella direzione invece di un bene non tanto plurale quanto condiviso, comporta una rivisitazione degli aspetti educativi del limite. La sobrietà è un valore. L’uomo sobrio ha bisogno di poche cose. È la moltiplicazione dei bisogni che crea tanta privazione. Certe scelte economiche, individuali e collettive, implicano necessariamente incertezze circa la loro sostenibilità sociale e relazionale. È questo il cruciale problema del rapporto tra individuo e comunità, è questo il contributo personale che ciascuno offre alla costruzione del bene di tutti. La sobrietà comporta una riflessione profonda ed una altrettanto profonda conversione del modello di vita, individuale e collettivo. Contenere bisogni e desideri, in continuità con la sopradetta pedagogia del limite che aiuti a scegliere “non tanto il benessere come beneavere ma come qualità della vita propria e altrui”.[1] È la sobrietà che si coniuga con i verbi poco attraenti del ridurre, riutilizzare, riparare, riciclare. Scelte di stile responsabile che orientino i consumi in senso equo, solidale, indirizzino il risparmio in senso etico e globale, propongano l’uso delle risorse in maniera socialmente condivisa, significa costruire itinerari e percorsi che educhino ad un sobrio e sapienziale uso dei beni. È una sobrietà collettiva che diventa modalità concreta di traduzione di un’istanza partecipativa, solidale, comunitaria. Partecipare significa prendere parte, avere cioè un ruolo attivo nella vita della comunità in cui si vive. Anche l’esperienza del volontariato è una delle espressioni più alte di partecipazione. Le esperienze di servizio aiutano infine a coltivare lo stile dell’abitare una città chiamata a favorire incontri, relazioni, confronto, una città/comunità che rende accessibili i suoi beni a tutti e che mette in comunione i suoi beni, anche relazionali, con tutti. Lo strumento del servizio civile volontario in questo senso è una grande opportunità, che però pare stare per essere dismessa, come ci ricordano costantemente gli amici della FOCSIV
Santità della fatica
Il bene comune è una categoria troppo teorica. Il rischio è di formare persone “beneducate” a questo principio astratto, ma incapaci di incarnarlo nella storicità del loro quotidiano. A prevenire questo probabile fallimento educativo, bisogna invece opporre l’allenamento alla capacità di individuare, cogliere le strade concrete con cui quei principi possono trovare applicazione, le modalità ordinarie di traduzione nella vita di tutti i giorni. Occorrono percorsi formativi mirati a superare “la scissione nell’atto educativo, caratterizzato dalla continuità tra fede, cultura e vita, tra pubblico e privato e quindi anche tra la comunità cristiana e le altre istituzioni educative del territorio”[2]. Vanno individuati e praticati i contesti nei quali realizzare i percorsi della crescita delle persone, “si tratta di dare credito - come ci diceva don Antonio Mastantuono - a tutti i frammenti di verità che derivano dall’esperienza concretamente vissuta”. Allora il lavoro, inteso come condizione esistenziale, è ambito che si configura come fecondo luogo educativo. I terreni della fatica reclamano infatti di essere colti nella pienezza del proprio senso, nella fecondità della loro complessità. La dimensione lavorativa chiede ancora di essere vista con sguardo rinnovato, con occhi che la colgano come vera e propria vocazione, fondamentale scelta di vita, strumento di realizzazione e pienezza dell’esistenza, che coinvolge l’uomo, con le sue energie, le sue risorse, le sue emozioni, a 360°.
Scelte di fedeltà, scelte di socialità
Una passione inseguita chiama però a scelte di coerenza, scelte responsabili, da giocarsi giorno per giorno. Vivere la professione in un’ottica consapevole e problematica implica infatti l’incarnare una seria disciplina etica per il superamento della tentazione di comportamenti non responsabili o rinunciatari rispetto a problemi che al proprio lavoro sono connessi. Mantenere il coraggio e la capacità di scelta autonoma e responsabile, è allora un esercizio faticoso che coinvolge la piena responsabilità di ciascuno, esperienza durante la quale è già possibile la costruzione del bene comune, perché educa a contestualizzarsi in una relazione, con gli altri, nella società. Anche nell’ambito del lavoro infatti il problema è una crisi di volti, lo schiacciamento su una socialità ristretta, a scapito dell’impegno collettivo. A novembre Paola Dal Toso ci dipingeva un ritratto statistico della situazione esistenziale dei giovani. In una classifica ideale, i valori che gli intervistati mettevano ai primi posti per importanza erano quelli a carattere individuale: amicizia, famiglia, carriera. Valori individuali, che rispecchiano un ripiegamento su se stessi, vissuto anche nella carriera professionale, che è diventata un’avventura vissuta in traversata solitaria, una traiettoria tutta privata che si conduce interagendo via via con le opportunità e gli ostacoli incontrati. Il giovane lavoratore spesso si ritrova così solo, individualizzato, tante volte trapiantato in un altro contesto territoriale, culturale, sociale, l’atmosfera di competizione che respira nell’ambiente di lavoro rischia di fargli smarrire la preziosa solidarietà che nasce di solito spontaneamente tra le persone che condividono una stessa passione lavorativa. Proiettati a vedere il lavoro come spazio di realizzazione personale, si perde così di vista il fatto che anche il posto di lavoro è luogo di costruzione del bene comune, possibile esperienza di condivisione, di arricchimento, di costruzione condivisa, una dimensione comunitaria del lavoro che costituisce una parte indispensabile e preziosa dell’esperienza lavorativa. Anche in questo campo, la ricchezza dell’esperienza associativa può apportare il proprio fondamentale contributo. Educare a impegni di fedeltà e di coscienza, di socialità e condivisione, diventa allora nostro terreno educativo. Sta a noi forse impegnarci per percorsi e prassi di “orientamento al lavoro” per i giovani, orientamento che non deve ridursi però a corsi di pratiche e tecniche per barcamenarsi tra curriculum e diverse professioni, che non orienti semplicemente alla domanda “che cosa voglio fare?”, ma che sposti il discernimento sul “cosa voglio essere”. Educare al lavoro come vera e propria vocazione è l’obiettivo alto a cui vogliamo portare i giovani di questa generazione.
Abbiamo più volte rimesso al centro, secondo un’immagine condivisa insieme lo scorso novembre, la riscoperta dei volti. È la relazione il luogo privilegiato nel quale si costruisce il bene comune. Esso infatti matura solo in un tessuto relazionale comunitario: se non si sperimenta questo, l’idea e il desiderio di qualcosa da porre come valore accomunante si smarrisce. Nelle concrete esperienze di convivenza, allora, riscontriamo la vera domanda di “bene comune”. Il lavoro, la città, la scuola. Nella scuola si viene a contatto con un intreccio di relazioni denso di carica educativa. Si tratta di quella larga comunità educante, che è basata sul principio della corresponsabilità che, pur nell’asimmetria del ruolo degli adulti educatori, non esime dall’alleanza educativa il patto di corresponsabilità con le famiglie e soprattutto il protagonismo dei soggetti educati. Appunto per questo, perché il processo formativo possa coinvolgere radicalmente la responsabilità (e corresponsabilità) del singolo, occorre ricentrarsi sulla soggettività dell’educando, sulla sua com-partecipazione educativa, sul suo protagonismo. Protagonismo non inteso in senso individualista, in senso arbitrario, ma come esercizio di consapevolezza, di corresponsabilità. È questo stile di fedeltà alla propria coscienza quello che lo studente ha l’occasione di imparare a scuola, per poi poterlo sperimentare nella vita, nella città, nella vita da cittadino. Crediamo che a quindici, sedici, diciassette anni questo sia possibile, a patto di dare fiducia, dare instancabilmente fiducia ai ragazzi. Lo studente va messo al centro della scommessa educativa perché è alla sua soggettività e responsabilità che va innanzitutto lanciata la sfida. In questo senso va instancabilmente sollecitato.
Va data fiducia però anche alla classe insegnante, che attraversa un momento di ripensamento legislativo e di profonda crisi di identità professionale. C’è bisogno di aiuto reciproco, perché i docenti, che grande responsabilità hanno nel processo educativo, possano recuperare dignità e coscienza del proprio lavoro e perché gli studenti possano contare su docenti davvero motivati e preparati. E fiducia va data alle famiglie, perché vengano considerate non più solo come interlocutrici, ma vere e proprie partner di un lavoro pedagogico condiviso, solidale, per cui né la scuola delega ai genitori i propri compiti né viceversa. È questo il significato più autentico di un patto di corresponsabilità tra scuola e famiglie.
La scuola come esperienza di comunità educante, democratica, corresponsabile, costituisce allora un prezioso laboratorio di incontro con la diversità, di allenamento al confronto, alla condivisione della responsabilità di portare avanti insieme la vita scolastica. Diventa così innanzitutto palestra di dialogo. Saper comunicare per costruire reti di significato e di comunità, incanalare energie e pulsioni personali verso direzioni condivise, sperimentare e gustare la diversità di ciascuno nell’incontro reciproco, imparare ad argomentare le proprie posizioni ed assumersene il carico, e non a gridarle in faccia agli interlocutori sullo stile dei talk-show. Educazione al bene comune si traduce allora innanzitutto in esperienza, esperienza di relazioni, esperienza di scambi. Per questo la scuola del “bene comune” non può che essere la scuola dell’inclusione. In una scuola siffatta, l’educazione passa attraverso la prassi esperienziale, e non solo attraverso apprendimenti e competenze che, da soli, non fanno la persona. Il rischio in cui spesso nello sforzo educativo incorriamo– ce lo ricordava Caimi - è quello di rincorrere le cosiddette “pedagogie del dativo”, cioè quelle che invitano a educare a questo, a quest’altro, al lavoro, alla pace, al dialogo, alla legalità. La rincorsa a questi obiettivi parziali rischia di far smarrire il senso di un’educazione tout court, globale, per cui non è che io debba essere educato alla convivenza perché possa sperimentarla. L’approccio all’educazione va allora riportato nella dimensione dell’ordinarietà, più che dell’emergenzialità (emergenza partecipazione, bullismo, legalità, ecc). In tal modo troveremmo una quotidianità che dà sapore alle azioni e che sarà luogo della scoperta delle motivazioni per stare bene insieme. La scuola sarà quindi nella sua prassi quotidiana palestra di cittadinanza, di partecipazione. Per l’educazione socio-civica però, non è sufficiente enunciare regole e principi teorici, anche se condivisi, non può essere solo il frutto di una strategia cognitiva. Accanto alla nuova materia “cittadinanza e costituzione”, occorre allora predisporre percorsi formativi che consentano di “sperimentarla dal vivo”. È l’ambito di quelle piccole-grandi esperienze “politiche” dei ragazzi a scuola, capaci di far crescere cittadini responsabili, convinti dei valori costituzionali, rispettosi della legalità, capaci di dialogare nella società multiculturale e multi religiosa. Ma non solo. Oltre ad essere stile quotidiano di vita tra i banchi di scuola, l’educazione al bene comune deve anche concretarsi in uno specifico percorso formativo, in quell’educazione civica su cui si concentrano le attese di tutti. Occorre allora pensare a percorsi concreti di servizio, sperimentazioni di cittadinanza, “ingressi ufficiali” della comunità civile nella scuola.. e viceversa. Sono percorsi attraverso cui incontrare il territorio, la verità locale, conoscere realtà di servizio e volontariato, sperimentare in erba i primi rudimenti di democrazia. Occorre passare dall’educazione all’azione civica, insomma. E la scuola infine deve essere preziosa palestra di intercultura. Di fronte a fenomeni sempre più nuovi di mobilità (interna ed esterna), educare al bene comune oggi significa anche percorrere inedite strade democratiche di convivenza: chiede la capacità di condividere il territorio, la terra, le case; chiede l’allargamento dei diritti, anche di quello di voto; chiede di fare delle nostre comunità dei laboratori di confronto, di scambio, di incontro per aprirsi alla ricchezza e alla difficoltà di una nuova convivenza civile che non voglia escludere. L’interculturalità non può essere delegata alle scuole, ma è una prospettiva educativa che deve crescere anche nei luoghi più normali della convivenza: in condominio e nei luoghi del tempo libero, al lavoro e nelle nostre famiglie. Cominciando dalle nostre comunità parrocchiali.
[1] Raniero Regni, Patto tra generazioni e bene comune, in Formare al bene comune, a cura di Gian Candido De Martin, Fabio Mazzocchio, AVE, Roma 2007, p.62
[2] Ufficio Nazionale della CEI per l’educazione, la scuola e l’università – Servizio Nazionale della CEI per il progetto culturale (ed.), Le sfide dell’educazione,14-15.
